Gianni Savelli

Press & News

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Mercato si, mercato no.

In occasione della cerimonia di consegna di una medaglia per il suo ‘Prezioso contributo alla Letteratura Americana’ al 65° National Book Award, Ursula Le Guin, la scrittrice di fantascienza americana, ha tenuto un discorso che quasi per caso ho avuto occasione di ascoltare. Questo è il link al suo speech.

https://www.youtube.com/watch?v=Et9Nf-rsALk

Mi ha colpito molto  questa figura di ottantaquattrenne ‘arzilla’ che sprizzava una spregiudicata e allegra ironia. Il contenuto del suo breve discorso ha toccato temi che mi hanno fortemente colpito e portato a  riflettere.

Alcune sue frasi rendono efficacemente il suo pensiero e ad esse  cercherò di riferirmi citandole quasi testualmente. La Ursula si è interrogata sul tema dells libertà dello scrittore nel mondo di oggi e sul  futuro della letteratura e dell’arte in generale. Dei temi enormi, ovviamente. Immaginare delle risposte è un compito impossibile. Oltretutto, non credo ci sia stata  epoca che non si sia interrogata su questi temi. Se  è così non è assurdo porsi queste domande ancora oggi. Forse, soprattutto oggi, ad appena quindici anni dall’inizio del terzo millennio, secondo il  computo eurocentrico ormai dato per universale, non solo non è assurdo ma è forse più che mai necessario, se non indispensabile.

Il mercato! La scrittrice ricorda ai suoi colleghi che ‘la produzione di un bene di consumo e la pratica di un arte’ non vanno confusi. E continua: ‘agli editori è necessario far capire che sviluppare del materiale scritto con lo scopo di massimizzare i profitti di una grande azienda, o i sui ritorni pubblicitari, non è esattamente la stessa cosa che essere degli editori responsabili’.

E’ un tema enorme. Come lei stessa ricorda ‘le motivazioni del profitto spesso sono in contrasto con le aspirazioni dell’arte’, oppure racconta di come le sia capitato di imbattersi in  ‘addetti ai dipartimenti di vendita che indicano agli autori cosa scrivere o non scrivere’, costantemente ossessionati dai grafici di mercato. Più avanti, preso atto di come una sorta di degenerazione del sistema capitalistico abbia portato a considerare ‘ il diritto del mercato alla stregua del diritto divino riservato un tempo ai re’, conclude affermando  come ‘ogni potere umano possa essere contrastato e cambiato dagli stessi esseri umani’. In questo cambiamento spesso ‘l’arte è l’iniziatrice’, la scintilla di un processo. Per Innescarlo sono necessari ‘autori che ricordino cosa sia la libertà’ e rivendichino e considerino ‘la libertà stessa, e non il profitto, come il principale ricavo del loro operare’.

Non che sottoscrivere appieno questa impostazione  inclusa  la sua considerazione che ogni problema o situazione causata dagli esseri umani non possa essere risolta se non da loro stessi. Quest’ultima, ai miei occhi, è l’unica concezione della vita che lascia spazio alla speranza concreta di un cambiamento anche rispetto a ben altri problemi, più gravi e drammatici. Ma tutto è collegato.

Per tornare al tema della Le Guin sento al tempo stesso la necessità di accompagnare alle sue, altre considerazioni. Mi sembra necessario impedire di cadere in alcune trappole che  forse rappresentano un  problema  ancora più grande di quello che vogliono risolvere. Non voglio certo dire che la Le Guin sia vittima di questi inganni. La sua vita ha sempre (letteralmente e letterariamente) guardato al futuro. Ne è dismostrazione la sua estrema vitalità alla, come si dice, veneranda età di ottantaquattro anni. Parlando di queste ‘trappole’ mi voglio riferire prima di tutto a me stesso.  Di esse sono stato vittima in prima persona, e trovo che non sia molto facile liberarsene. Farlo però, ha un senso, soprattutto se si pensa al futuro.

C’è mai stata un epoca in cui, interrogandosi sul tema della libertà dell’ arte, non siano stati messi in luce intrecci e legami, anche torbidi,  tra il potere e l’alte stessa? Viviamo forse  oggi in una dittatura, quando al contrario nel passato c’è sempre stata la libertà e con essa uno sviluppo autenticamente libero delle arti? E, quindi, abbiamo forse oggi a causa del mercato perso  un valore di libertà che avevamo nelle mani e che va restituito al mondo in modo da poter guardare al futuro con speranze se non certezze? Abbiamo forse perso la democrazia?

E’ proprio così, oppure, non abbiamo mai avuto una  democrazia compiutamente realizzata?  Non è vero che la democrazia in realtò più che un dato acquisito non è altro che un processo, un cammino di continua ricerca e miglioramento che riguarda l’essere umano in quanto tale e quindi la società. Forse la storia occidentale, quella che noi consideriamo Storia, non è stata  un continuo aggiustamento di posizioni, di avanzamenti, ritardi, fallimenti?

Non vorrei dilungarmi su queste considerazioni generali, che lascio volentieri agli studiosi.

Un dato certo, confermato anche dal sentire comune, è questo: generalmente da giovani si vede il mondo come troppo vecchio, da ‘meno giovani’ come troppo nuovo. Difficilmente, si riesce ad uscire da questa dinamica così profondamente umana, direi quasi teneramente umana.

Torniamo all’arte, anzi, più in particolare alla musica. Per rimanere in tema mi limiterei all’editoria musicale. Certamente nella musica il condizionamento del mercato è molto forte. Non c’è alcun dubbio al riguardo. Oggi, o meglio da un bel pò, nella musica, per ‘prodotto’ non si intende soltanto la musica in sè, quanto, addirittura, il come, il quando e l’attraverso che cosa essa viene ascoltata.

Certo, è  il capitalismo a dettare  bisogni e desideri. Le sue motivazioni sono puramente economiche. Dagli inizi del  Novecento in poi, il cambiamento è stato rapidissimo, e probabilemente nel futuro sarà ancora più rapido. Ma siamo sicuri che nei tempi passati, le epoche d’oro della musica, non ci fossero dei condizionamenti invasivi. Certo oggi tutto oggi cambia vorticosamente. Ma possiamo solo rifarci al passato? Se pensiamo all’ ’Opera’ e a quello che era e significava nella vita in diversi momenti della storia. Nel Settecento, nell ’Ottocento e nel primo Novecento? E il ruolo che ha oggi? Un ruolo completamente diverso. E qual’è quello vero, libero, quello giusto? Non possiamo solo rimpiangere. Certamente il mondo di oggi è invaso dalla tecnologia attraverso una dominazione quasi ossessiva delle novità. Ma riusciamo davvero a pensare alla tecnologia come una sorta di male assoluto? Si può capire la paura che attanaglia l’editoria libraria alle prese con la digitalizzazione selvaggia  dei contenuti spesso in mano a poche corporation. Ma come si fa a non considerare che possiamo ascoltare suonare Hindemith o Stravinsky dirigere. Forse ci sarebbe molto piaciuto ascoltare le famose improvvisazioni di Bach nel chiuso della sua stanza? E il jazz? La prima, diciamo così, espressione musicale, nata assieme alle tecniche di registrazione moderna e che si è evoluta grazie e di pari passo con lo sviluppo della tecnologia. Cosa sarebbe, dove sarebbe arivato il jazz senza tutto questo? O ancora, pensiamo alla possibilità di ascoltare qualsiasi tipo di musica, cosiddetta etnica, oggi diffusa in tutto il mondo. Abbiamo nostalgia delle  ‘trascrizioni’ o preferiamo ascoltare di prima mano cose che forse non esisteranno mai più?  Si dirà: ‘è tutto in mano al mercato’. Certo! E’ tutto in mano al mercato! Lo sono  anche i dischi Bue Note anni Sessanta o i quelli storici della Deutche Grammophone! E’ troppo facile godere dei momenti buoni e disperare in quelli che sembrano tempi difficili. Ma se non fossere altro che dei cambiamenti? L’amato Mozart non si è trovato forse a vivere in un momento in cui la posizione sociale del musicista cambiava radicalmente senza mai riuscire a trovare un riconoscimento pienamente soddisfacente? Anche allora si ers in piena epoca di cambiamenti: rivoluzione industriale, epoca dei lumi, le rivoluzioni borghesi, la costruzione dei primi pianoforti, la fine del mecenatismo nobiliare…

Certamente le domande sono troppe e le risposte inesorabilemente insoddisfacenti. Credo però che dobbiamo prendere atto, noi che operiamo nell’ambito della musica e, vorremmo, in quello dell’arte.

Ci sono dei dati di fatto che non si possono ignorare. Spesso sono proprio dei nudi e crudi dati di mercato. Si dirà, ci si morde la coda, certo. Ma  la realtà di oggi è così. Da questa dobbiamo partire, non da una non meglio identificata età dell’oro. Vogliamo tornare all’antica Grecia e ripartire da Pitagora rinunciando, chessò, al cinema?

Quali sono i dati cui facevo cenno poco fa?

Sono dati che vengono dal settore commerciale.

Nel periodo 2013-2014 in America sono stati osservati questi comportamenti dei cosiddetti consumatori. Chi sono i consumatori? Non sono altro che le persone che fruiscono dei ‘prodotti musicali’, cioè gli ascoltatori, il nostro pubblico. Cioè, chi ci permette di vivere.

 Audio in streaming a pagamento +60,5 %

Video in streaming a pagamento +49,3 %

Download brani singoli a pagamento – 12.5%

Download album a pagamento – 9,4 %

CD -14.9 %

LP tradizionali +51,8 %

(dati Nielsen 7 gennaio 2015)

http://www.nielsen.com/us/en/press-room/2015/2014-nielsen-music-report.html

 

Questo è quello  che sta succedendo nelle modalità di consumo, cioè di ascolto. Sembra si stia andando nella direzione dell’uso (a pagamento) e non più nel possesso di un bene (acquistato legalmente o scaricato illegalmente). Il dato in controtendenza è quello riferito alle vendite degli Lp. In questo percentuali sono significative ma il volume d’affari piccolino rispetto a tutto il resto. Certamente però è un elemento interessante che si riferisce a degli ascoltatori, o collezionisti, particolari e sul quale vale la pena di ragionare. Comunque non c’è dubbio, quello che era il mercato discografico come lo conoscevamo, non esiste più (da anni) e con esso sembrano essere svaniti i margini economici che ne permettevano la sostenibilità. Ma forse non era capitalismo anche quello?

Cosa intendo dire? Intorno a me, nel mio ambiente più diretto, raccolgo principalmente lamentele, rimpianto , incertezze rispetto al futuro. Non è forse arrivato il tempo che per primi noi, i diretti produttori di quel materiale che chiamiamo musica, ci si rimbocchi le maniche e si cominci a pensare in maniera nuova, a come progettare un futuro e a fare qualcosa per aprire una strada? Se, come sostiene la Le Guin, non possiamo rinunciare al bene più prezioso e cioè la libertò dell’arte, intesa in senso generale, e se senza di questa non esiste futuro non solo per l’arte per sè stessa; cosa possiamo fare? Francamente, non ho risposte. L’unica certezza che ho   è che non possiamo lasciare ad altri questo compito che ci riguarda così direttamente ma rimboccarci le maniche e lanciarci in nuove avventure.

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