Gianni Savelli

Press & News

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Ritualità, musica e altro.

Recentemente mi è capitato di ascoltare alla radio, non senza emozione, un documento sonoro  affascinante. Era l’ascolto della voce di Puccini in uno dei primi tentativi di registrazioni sonore. Non si capiva molto bene cosa dicesse ma si intuiva la curiosità verso questo nuovo marchingegno. Chissà cosa avrà potuto immaginare pensando al futuro. Da parte mia speravo di ascoltare anche qualche nota suonata da lui, ma non c’era. Peccato! Ma me lo dovevo immaginare. Effettivamente l’attenzione e l’interesse di questi esperimenti erano rivolti in primo luogo a trovare un modo di ‘immortalare’ la voce umana. II superamento della difficoltà di ottenere un risultato minimamente apprezzabile registrando strumenti musicali era ancora lontano. Ma, come sappiamo bene,  il cammino verso il futuro sarebbe stato molto più breve del previsto. Il  processo innescato allora non era solo quello di un incredibile progresso tecnologico ma ben altra cosa. Oggi i nostri sensi, la nostra finestra sul mondo, possono entrare in contatto non solo con quello che ci è vicino e ci circonda come è sempre stato. Attraverso la tecnologia possiamo muoverci nel tempo e nello spazio come preferiamo. Per quanto riguarda le nostre capacità sensoriali il teletrasporto è già stato inventato, perlomeno ciò che possiamo fare attraverso la vista e l’udito.

 

E’ un cambiamento antropologico che riguarda il vivere nella sua totalità.
Anzi, direi forse il nostro modo di sentire il vivere stesso.
Nel campo della musica, come in altri, si sono susseguite invenzioni una dopo l’altra. La mia impressione è che attraverso ognuno di questi passaggi il nostro modo di ascoltare la musica non sia mutato solo in senso pratico, come è ovvio, quanto in senso antropologico. Per prendere in affitto il linguaggio dal mondo dei computer è un pò come se il software ‘biologico’ tramite il quale noi umani mettiamo in atto la situazione ‘ascoltare musica’ abbia via via avuto dei successivi upgrades. Ad ogni aggiornamento di un software scopriamo nuove possibilità e la vecchia versione diventa un ricordo che sembra quasi subito molto lontano assieme con le abitudini e le comodità che ci offriva ci appaiono banali.
Qualcosa di simile è accaduto con le successive modalità di ascolto della musica. Ora abbiamo nuove abitudini e nuovi bisogni. Molto abbiamo anche perso. Chi ricorda l’emozione di inserire una moneta in un jukebox e sentir partire il 45 giri?
Ma non tutto è perduto.
C’è un aspetto che è lampante rispetto all’epoca pre-recording. E’ un osservazione ovvia, banale . ‘Prima’ per ascoltare della musica ci voleva sempre qualcuno che suonasse dal vero. Cioè in una situazione in cui c’era della musica c’erano sempre due attori. Da una parte il musicista e dall’altra un’audience. Non mi sento di impegare il termine pubblico non tanto  perché assai spesso l’audience svolgeva un ruolo attivo musicalmente in senso stretto ma piuttosto per un altro motivo che vedremo più avanti. Nell’era tecnologica non è più così. Per ascoltare della musica la presenza fisica del musicista non è più indispensabile da circa un secolo o poco più. Ci sono dei bambini che non hanno mai visto o ascoltato dal vero uno strumento musicale. Mi viene in mente quel dato emerso  anni fa da una ricerca, se non sbaglio americana, che era andata ad indagare il rapporto tra bambini e animali. Venne fuori che associando la parola pollo alle confezioni che le loro mamme acquistavano al supermercato, molti bimbi fossero convinti che il pollo fosse un animale a quattro zampe. Certo, sembra una barzelletta, ma è così!
La fruizione della musica è sempre stata un fatto comunitario. Anzi è parte di un qualcosa di più profondo assimilabile al concetto o alla funzione del rito in una comunità. Mettendo da parte ogni implicazione di ordine religioso in senso stretto, chiediamoci che cosa sia un rito. In  esso c’è una comunità che si riunisce, oppure un singolo che attraverso di esso  si riconnette ad una comunità. In un rito si compiono degli atti secondo un rituale, cioè un ordine ben preciso per condividere, affermare, ricordare o riaffermare uno status di identità.
Dal lato del singolo si vive una esperienza che permette di percepire la vicinanza al gruppo sociale di cui si fa parte o, meglio ancora, la sovrapposizione perfetta tra singolo e comunità.
Nell’altro senso la comunità attraverso il rituale certifica al singolo il suo diritto di esserne membro.
I sociologi, riassumendo per sommi capi, classificano il rito in tre modalità principali facendo riferimento alle implicazioni religiose che lo accompagnano.
Una prima tipologia è quella in cui e rientrano i riti di passaggio, cioè il cambiamento della posizione o identità sociale del singolo  o di un gruppo. Si va ad esempio dalla nascita al matrimonio, dal battesimo al passaggio da un’età anagrafica all’altra, dall’inaugurazione alla laurea, dalla promozione al funerale e così via.
Poi ci sono I cosiddetti ‘riti comunitari‘ strettamente legati alla venerazione religiosa che vanno da funzioni religiose svolte comunitariamente a particolari pellegrinaggi che avvengono in momenti  prestabiliti dell’anno in luoghi particolari. Accanto a quelli strettamente devozionali  ci sono i  riti di massa pagani come quelli legati alla fertilità, o al raccolto, all’inizio della primavera oppure feste non religiose celebrate in certi momenti dell’anno. Nei riti comunitari il sacro si mescola al profano in una infinita varietà di maniere. Si può avere l’impressione che si stia parlando di un tempo andato ma, per fare degli esempi, la parata del 2 giugno o quella del gay pride, una partita di calcio o la convention annuale dei venditori di un’azienda sono dei riti comunitari.
Nell’ultima tipologia rientrano riti di devozione personale svolti da un singolo che includono preghiere o pratiche religiose svolte in solitaria o piccoli gruppi con cadenza periodica oppure  pellegrinaggi individuali in luoghi ritenuti sacri. Ma anche in questo caso non ci limitiamo alla religione e ci si può spingere ad includere  aspetti per così dire laici o  del vivere quotidiano svolti con una sorta di ritualità. Pensiamo, non so, all’allenamento quotidiano di un atleta che ripete una routine inconsapevolmente con un atteggiamento rituale.
Nelle prime due categorie di rito, ma assai spesso anche nella terza, la musica è sempre presente. E’ impensabile immaginare una parata militare in silenzio, come pure un matrimonio, il ballo delle debuttanti, la cerimonia di consegna delle medaglie ai Giochi Olimpici, e così via. Il rito è presente con modalità simili in tutte le culture, e la musica ne è sempre parte integrante. Ancora oggi, in un mondo così veloce e apparentemente sradicato da qualsiasi cosa che rimandi all’antico non se ne può fare a meno. Un unica cosa è cambiata in maniera sostanziale. Quando ero bambino vedevo le partite della Nazionale di calcio alla televisione c’era sempre la banda che suonava gli inni nazionali e adesso c’è … che cosa? Un Lp, un nastro, un Cd, un file audio …. Cosa?
Se immaginiamo una qualsiasi di queste situazioni la figura del musicista partecipa al rito in prima persona, ne è parte integrante. Tra coloro che suonano e coloro che ascoltano, o intervengono in maniera più o meno diretta, c’è una specie di comunione che suggella le rispettive posizioni.
Nella cultura occidentale mi sembra si attui uno spostamento dalla  posizione iniziale essenzialmente circolare alla messa in scena frontale. Il teatro greco, in cui musica, danza e poesia erano funa cosa sola, è la rappresentazione frontale di una narrazione. Il popolo ateniese, partecipa emotivamente all’evento e ridisegna le fondamenta della propria comunità. In questo senso il teatro è una forma di rito. Facendo un salto a piedi pari di due millenni arriviamo al concerto.  Prenderne parte è partecipare ad un rito. Anche il concerto ha i suoi rituali: l’attesa, gli applausi, le presentazioni, il bis. I musicisti, attori protagonisti sul palcoscenico, e il pubblico, apparentemente soggetto passivo, danno vita assieme ad un unicum in cui entrambe le figure sono essenziali ma con ruoli diversi. Come uno sciamano l’artista innesca il processo ‘magico’. Senza  di lui nulla sarebbe possibile. Ugualmente senza un pubblico partecipe lo sciamano si ritirerebbe nella sua caverna a preparare nel buio della sua solitudine pozioni e sortilegi che nessuno conosce.
Nel calarsi del mistero dell’ascolto. sia esso nell’assoluto silenzio o nell’eccitazione più sfrenata, si vivono emozioni, in una dimensione quasi onirica, riservate unicamente ai presenti. Come per l’antico pomerio, il confine sacro segnato all’atto di fondazione di una città, coloro che sono fuori dalla linea tracciata dall’aratro sono esclusi dallo status di citando.
Di questa dinamica dall’invenzione dell’audio recording in poi, che ne è stato?
Come si diceva da tempo l’ascolto può prescindere dalla presenza del musicista. Ma non di quella dell’ascoltatore. Si racconta nei primi anni di come, nella fruizione della radio e poi della televisione, vicini, parenti o amici si riunissero per seguire assieme i programmi. Per tornare all’esempio del calcio fatto prima, la visione collettiva della ‘partita’ davanti al televisore o al grande schermo è un retaggio di questo meccanismo. Anche il cinema ripercorre lo stesso rituale. Nel cinema muto c’era addirittura la presenza di un pianista a creare il ‘commento sonoro’, e non è cosa di poco conto. Dalla diffusione di massa della televisione, ci indirizza in una direzione ‘onanistica’ dei riti/fenomeni legati all’assolto e alla visione. Il colpo di grazia in questa direzione arriva per la musica con le musicassette, gli impianti audio nelle automobili e i primi walkman. In macchina il momento del godimento del connubio musica, viaggio, indipendenza, libertà si divide tra momenti in solitaria e momenti di comunanza lasciando alla musica un minimo spiraglio di socializzazione. Con il walkman  si arriva a vivere l’ascolto della musica unicamente in solitaria. L’uomo con la cuffia (e anche io quando viaggio spesso sono uno di questi) è uomo che si isola non quello che vive l’ascolto assieme ad altri, che comunica. O meglio ancora è l’uomo che comunica il suo isolamento dagli altri.
Di pari passo l’ascolto della musica, o meglio la partecipazione attiva dell’individuo all’ascolto, da tempo non è più tale. Mi spiego meglio. Se si lascia la radio o lo stereo accesi in casa o al lavoro  si può ascoltare musica mentre si è occupati in  altre faccende. Si può scrivere, cucinare, riparare un rubinetto, uno studente può preparare una interrogazione… Cioè non si è assorbiti in un rito. Piuttosto, la musica è diventata un elemento di sottofondo. Un po’ come fanno molte persone anziane lasciando accesa la televisione perché, cito testualmente,  ‘fa compagnia’. Ecco, non siamo molto lontani da qui. Alcuni sostengono di non poter vivere senza musica. Noi musicisti ci dovremmo rallegrare di questa affermazione che, in ultima analisi,  è sincera e in buona fede. Ma c’è il trucco! Purtroppo in realtà si sta dicendo di non poter vivere senza il continuo e indistinto rumore di fondo in  cui si è trasformata la musica e al quale è impossibile sottrarsi. Che poi questo abbia la funzione di non farci sentire soli la dice lunga sulla forza evocativa di quest’arte.
Mi è capitato una volta di stare in spiaggia nello spazio libero tra due stabilimenti in un ambiente che anni prima era considerato un luogo per amanti di posti incontaminati. Ovviamente nessuno dei due poteva rinunciare a fornire ai clienti il sottofondo all’ennesimo aperitivo di turno. C’era un patto di non belligeranza tra i due, nel senso che si forzava il volume per annichilire l’altro. Ma in mezzo ai due spazi c’era un delirio inascoltabile di cose che si sovrapponevano in maniera indistinta. Ricordo ancora il terribile fastidio provato in quell’occasione. In quel caso l’unica salvezza è la cuffia, cuffia  chiusa ovviamente!
Non ho alcuna nostalgia retrò  perché in musica la tecnologia ci offre possibilità meravigliose. Certamente però il posto della musica nella vita di noi tutti dall’essere centrale, profondo e significativo sta diventando sempre più  ossessivamente secondario.
E questo è un peccato. Come esseri umani la continua negazione della valenza  rituale dell’evento musicale non ci fa bene. Dedicare uno spazio nella propria vita in cui ascoltare della musica senza essere occupati in altre cose è l’inizio da cui partire per recuperare questa dimensione.
Il modo più diretto per riappropriarsene è quello di partecipare ai concerti. Nel farlo diamo anche un segnale forte in tante direzioni.
Nei concerti ci mischiamo a persone che di provenienza geografica e sociale che può essere anche diversa. Assieme a perfetti sconosciuti viviamo un’esperienza che ci racconta come  emozioni e ricordi non siano esclusivo appannaggio  di alcuno. Al contrario la condivisione di quel momento ci riavvicina a una parte della natura più intima di noi stessi. Nel ritrovarci riusciamo spesso anche a riconoscere  gli altri. Forse proprio questo può  oggi il grande valore sociale e comunitario del rito concerto. Cioè, non il riaffermare la particolarità della nostra comunità in opposizione a  gruppi diversi o opponibili al nostro quanto nel riconoscere ad altri singoli e comunità diritto di cittadinanza nella nostra comune dimensione di esseri umani.