Gianni Savelli

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In strada per la musica

Vorrei assieme ragionare su alcuni aspetti della diffusione ed evoluzione, ma forse sarebbe meglio dire, trasmissione di quello che comunemente va sotto la definizione generica di musica.  Forse non se ne possono dare altre.

Tralascerei, per ora,  le Accademie che, per definizione, rimandano all’idea di luoghi dove si tramanda un qualcosa a sua volta codificato e legittimato da  saggi che ne certifichino l’autenticità. Mi concentrerei invece su fenomeni  più dinamici e spontanei.

Alcuni storici hanno definito  due modalità di trasmissione: la mobilità verticale e la mobilità orizzontale.

Per verticale si intende il trasferimento del sapere, chiamiamolo così, da una generazione all’altra. Ciò avveniva prima di tutto nelle famiglie e poi  nelle botteghe o nelle corporazioni di mestieri tramite  maestri. Parallelamente uno scambio analogo avviene  nei luoghi dove concretamente la musica veniva ‘utilizzata’ nel suo svolgere la propria funzione sociale. La musica è sempre presente nelle funzioni  religiose e in tutte le situazioni di aggregazione sociale quali cerimonie pubbliche o feste. Addirittura, accanto agli eserciti. Basti pensare alle bande militari, ma questo non è un fenomeno che riguarda  solo la modernità. Coloro che si occupavano di musica sono state sempre persone con almeno un minimo grado di specializzazione, se non dei professionisti veri e propri. In alune società  erano addirittura una casta separata da altre classi della popolazione, si veda ad esempio i Jali nell’antico impero Mandeng. A questi specialisti è sempre stata demandata la trasmissione in senso verticale delle conoscenze musicali di un gruppo sociale alle generazioni successive. Anche nella musica più popolare meno evoluta è così. Nei piccoli villaggi generalmente erano in pochi ad assolvere a questo ruolo di ‘musicanti’, tranne forse  in occasioni o situazioni particolari in cui la platea dei protagonisti si allarga a non specialisti.

Accanto alla modalità verticale c’è un’altra, quella orizzontale. Questa è comune a tutte le arti, i mestieri e i saperi  ma  nella musica  forse trova il suo apice.

I musicisti sono girovaghi per definizione. Un primo motivo per spostarsi  è naturalmente  quello di andare a suonare. Un secondo è dato dalla attrattività di luoghi, in genere città,  dove in quel momento sta succedendo qualcosa di nuovo, di interessante o   dove ci sono migliori opportunità di lavoro. Per non parlare degli antichi menestrelli che del loro muoversi avevano fatto una modus vivendi svolgendo al tempo stesso varie funzioni, dalla diffusione delle informazioni alla narrazione del mito e forse altre ancora, ma lasciamo stare …

Per noi uomini contemporanei il viaggio spesso si riduce al salire su un mezzo di trasporto e, qualunque sia la distanza, in poche ore arrivare altrove. Lo spostamento in sè è una sorta di intermezzo tra due momenti della vita. Per noi  il viaggio comincia realmente solo quando abbiamo raggiunto la meta. Assai spesso lo spostamento in sè è addirirttura vissuto con un certo disagio, come qualcosa di inevitabile cui sobbarcarsi in attesa dell’invenzione del teletrasporto.

I nostri ricordi di viaggio sono costellati di autogrill, stazioni ferroviarie, aeroporti, hostess, stewart.  Alla fine tutto questo  risponde a  standard uniformi.  E’ comune non riuscire a notare differenze sostanziali tra luoghi di diversi paesi. Tra viaggiatori abituali sono  spesso oggetto di conversazione argomenti quali il duty free di Parigi, la stazione di Milano, l’aereoporto JFK o lo scalo obbligato a Bankok e così via.

Malgrado a volte povere di contenuti,  le memorie legate al viaggio, rimangono impresse fermamente dentro di noi. E questo ci dovrebbe far riflettere.

Fino a non molto tempo fa, spostarsi era molto diverso. Nei pochi giorni che oggi gli astronauti impegano per arrivare sulla luna una volta si arrivava a malapena da Roma a Parigi.

Cosa succedeva al musicista che viaggiava? Assai semplicemente,  nei luoghi in cui transitava egli era costretto a sostare. A volte addirittura poteva scegliere improvvisamente di fermarsi, anche per un lungo periodo. In queste tappe avveniva l’incontro, prima di tutto con gli odori e i sapori di un luogo, poi, assai presto, con i suoni e i musicisti del luogo. In questo modo si viveva l’incontro, lo scambio, la scoperta. Ecco, forse questo è l’aspetto più vitale e creativo nello sviluppo di quell’oceano che chiamiamo musica. Prima ogni altra cosa la musica p uno scambio all’interno di una esperienza umana vissuta in prima persona. Forse tra le storie più  significative e famose c’è quella di  di Bach che fa un viaggio a piedi di quattro giorni per ascoltare dal vivo Buxehude per poi fare fagotto e  tornarsene a casa. Molto si è scritto su questo episodio. Mi sofffermerei solo sul fatto che non si può  non pensare all’impegno fisico dell’impresa. Come pure non si può non immaginare come  la concentrazione con cui si avvicinò alla musica del vecchio organista dovesse essere a livelli altissimi. Lo scambio, l’incontro sono una esperienza da vivere con la totalità del proprio corpo e del proprio essere. Nel ripartire si è cambiati, arricchiti di nuovi stimoli. Nel ricordo, immagino, questi possono subire modifiche in qualche particolare. In ogni caso ciò che ne rimane è qualcosa che ormai è entrato nel proprio bagaglio. Inevitabilmente viene poi rivissuto e trasfigurato alla propria maniera. E’ difficile per noi contemporanei immaginare pienamente la forza di esperienze del genere. Ma non abbiamo rinunciato alla  vitalità di questo tipo di apprendimento che probabilmente è, e rimarrà, quello più importante per un musicista. Consapevoli o meno tutti noi ne andiamo disperatamente alla ricerca. Dall’invenzione della scrittura musicale in poi si è innescato un processo, il cui seguito diretto  è la radio, la registrazione, i vari supporti tramite i quali si può produrre e ascoltare della musica. Si può dire forse che almeno con le registrazioni si è tornati alla musica reale, al contrario del muto simulacro della pagina scritta. Oggi ci sono itunes, youtube, spotify, etc… Molta della musica che si produce prende forma in studi di registrazione in cui l’unico compagno è lo schermo di un computer. Nei nostri cervelli tutto ciò ha modificato in maniera radicale l’approccio con la musica. Nel dire questo non intendo esprimere un giudizio di valore e tanto meno rimpiangere i ‘vecchi tempi’. Rimane il fatto che  la magia del vivere una esperienza musicale di incontro in un contesto lontano dalla propria cultura fa sempre meno parte del vissuto quotidiano di tanti musicisti. La mia impressione è che privarsi di questa emozione impoverisca la propria interiorità. Certamente se si aspira a comunicare attraverso la musica la propria storia, questa non può essere altro che frutto un cammino fatto in prima persona.