Gianni Savelli

Press & News

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I taxi e la musica. Dove ci stanno portando? Anzi, da dove possiamo ripartire?

Negli ultimi anni la scienza ha fatto degli incredibili passi in avanti di cui spesso non ci accorgiamo . Ad esempio quella sul genoma umano ha molte applicazioni diverse tra le quali la ricostruzione del nostro passato diesseri umani. Oggi, nel 2015, grazie a nuovi strumenti di ricerca,  è possibile rintracciare alcuni elementi particolari del genoma dei nostri antenati che fino a solo tre o quattro anni fa era impensabile poter analizzare. Una nuova branca dell’antropologia, chiamata antropologia genetica, sta completamente riscrivendo la cronologia degli spostamenti delle popolazioni in epoca preistorica. Ad esempio  la storia delle migrazioni verso l’Europa di quegli homo sapiens  che si sarebbero poi espressi in quelle lingue conosciute come indoeuropee e che avrebbero popolato il  continente europeo. Le stesse interazioni tra i sapiens e i neandhertaliani che popolavano il vecchio continente originariamente sono continuamente riviste e riaggiornate. Oggi sappiamo che una parte, pari in media  al 2%, del patrimonio genetico di un qualsiasi essere umano di oggi   proviene dall’uomo di Neandhertal.

Insomma non è il solo presente che si muove ad una velocità incredibile ma lo stesso nostro passato muta continuamente. Da quando la scienza ha cominciato a progredire è stato così. Spesso, noi uomini comuni, non siamo reattivi ai mutamenti e spesso pensiamo di progettare il   nostro futuro aggrappandoci istericamente ad un presente che ormai non è più. In due parole se lo stesso passato in un certo senso  si muove continuamente come possiamo bloccare il presente senza renderci conto di essere già nel passato?

L’ho presa un po’ larga. Le vicende degli ultimi mesi relative alle polemiche (per usare un eufemismo) sulle varie piattaforme di condivisione di trasporto urbano con conducente mi hanno fatto pensare molto. Ovviamente ci sono delle problematiche riguardo vari aspetti: la sicurezza per i passeggeri, i costi per gli utenti, la retribuzione degli autisti, la concorrenza con altri soggetti fornitori di servizi e così via. Non ho certamente l’intenzione di entrare nelle singole tematiche che sono delicate e complesse e che non mi competono. Tuttavia, in senso generale e per quello che voglio dire in questo articolo,  vorrei partire dalla reazione viscerali della categoria dei tassisti, che mi ha colpito molto. Ovviamente, tanto per sgomberare il campo da equivoci, non ho nulla contro i tassisti né, tantomento, nutro alcuna  particolare propensione a favore di queste piattaforme

Le proteste non hanno riguardato solo l’Italia. In Francia c’è stato addirittura  il blocco totale di una nazione intera, inclusi gli aeroporti, proprio per protestare contro queste  piattaforme. Anche in altri paesi sono accadute, e continuano ad accadere, cose analoghe.

Quello che mi ha colpito sono due cose.

La prima è che protestando contro qualcosa di questo tipo, si punta il dito non solo contro coloro che la hanno concepita e strutturata. In realtà lo si fa, e non in maniera  indiretta, anche nei confronti delle persone che scelgono di farne uso. Certamente c’è un gran parlare delle nuove opportunità, del nuovo modo di lavorare e così via. In questo c’è molta verità ma spesso anche, come si dice, aria fritta. In ogni caso se alcuni scelgono di utilizzare opportunità di questo tipo vuol dire che c’è una domanda, un bisogno. In questo caso specifico ci sono persone che per spostarsi  vogliono scegliere una modalità diversa da quelle tradizionali, più flessibile, economica, forse meno sicura, ma comunque percepita come più libera, veloce e a portata di mano.

La seconda è che a questo tipo di richieste, che  non sono dei falsi bisogni inventati dal consumismo. non è stata data alcuna risposta forte e innovativa da parte degli apparati tradizionali. O almeno non altrettanto convincente quanto quella proposta dalle piattaforme digitali.

Non riesco a credere che non ci possa essere una soluzione, una idea, in grado di mettere assieme le esigenze dei vari soggetti per poi lasciarli  liberi  di confrontarsi in un sistema reale di concorrenza.

Veniamo finalmente alla musica che è il tema che mi interessa.

Lo ho già scritto in altri articoli e nnon voglio ripetermi. Mi limito a ricordare che  la situazione in cui versa oggi il mondo della musica è il risultato di un lungo processo tecnologico e culturale che non è iniziato ieri mattina. E che questo processo in sé non è né buono né cattivo.

Cosa hanno a che fare le reazioni di cui ho parlato sopra con il mondo della musica?

C’è un elemento che drammaticamente si ripete. Mi riferisco all’atteggiamento di protezionismo o di opposizione che, nel tempo, il mondo musicale ha tenuto rispetto alle nuove tecnologie e all’uso che gli utenti (gli ascoltatori) ne facevano. Per dirla meglio:  il mondo musicale si  oppone alle nuove tecnologie solo quando queste causano prime perdite economiche. Per tutto ciò che genera ampi margini di guadagno non si batte ciglio. E questo vale per i soggetti di volta in volta più forti.

Nessun produttore ha battuto protestato quando al posto di tot. musicisti, indispensabili per uno spettacolo teatrale ci si poteva mettere un nastro registrato. Nessun musicista ha mai detto qualcosa quando con le sovraincisioni un singolo poteva guadagnare un po’ di più facendo il lavoro di tre o quattro colleghi, e gli altri ta casa. Nessun regista si è rifiutato di andare avanti quando per fare una colonna sonora si sono cominciate a usare le libraries al posto dei compositori. Nessuno oggi ricorda le figure dei copisti o dei veri arrangiatori che scrivevano musica per la televisione ad esempio. Nessuno ha mai pianto per i rumoristi. Certo qualche voce si sarà levata, ma parliamo di casi rari che non hanno avuto alcun seguito. Come ben sapete non sono un nostalgico, ma ci sono cose che fanno pensare, non tanto al presente ma al futuro.

L’establishment musciale si è mosso  in maniera implacabile quando c’è stata la  chiave di svolta: il demonio Napster, l’applicazione alla musica della filosofia peer to peer. Allora è scoppiata la guerra. In quello stesso  momento si è capito però, che era una  guerra persa. Per quali motivi le grandi industrie, i musicisti, i produttori, le società che tutelano il diritto d’autore ….  hanno posto delle barriere solo in quel momento e non prima? Perché nulla a proposito  delle vecchie cassette o addirittura  dei registratori a bobine degli anni sessanta? Non stiamo parlando di ieri mattina ma degli anni sessanta. Quando ero molto  piccolo a casa mia si ascoltava musica su un  registratore Geloso  (mitico!) che ancora conservo (gelosamente).

In questi casi probabilmente il danno ‘economico’ per l’establishment era minimo. Oppure, quello che si  perdeva da una parte lo si riguadagnava da un’altra con mercati e segmenti di produzione parallela.

Non posso immaginare che gli stessi soggetti che spingevano lo sviluppo della tecnologia verso forme nuove di ascolto non prevedessero i passi successivi.

Se vengono introdotte nuove possibilità si creano inevitabilmente nuove abitudini. E non c’è nulla di male. Se io posso ascoltare  musica in più momenti della mia vita, praticamente sempre, chi mi può dire che questo è illegittimo. Ma poi ci sono conseguenze. Chi può convincere oggi intere generazioni che non hanno mai pagato per ascoltare musica che questo è sbagliato?

Certamente, non è giusto! Che il mercato discografico (inteso in senso lato) non abbia introiti a sufficienza rappresenta la restrizione, se non l’agonia, della possibilità di produrre liberamente. Nulla si può fare senza risorse. Ma chi oggi ha la forza per incidere su questo tipo di pensiero ormai radicato?

L’industria discografica (con questo termine generico intendo tutti i soggetti coinvolti nel processo di cui parliamo, nessuno escluso) si è semplicemente opposta a quello che succedeva. Ha speso fiumi di parole per  lamentarsi delle perdite di fatturato e fiumi di denaro per fare pressioni sui governi  o avviare azioni legali di ogni tipo. Ha  cercato disperatamente di fermare l’onda che arrivava. Invece di fare come un bravo surfista che la cavalca, le si è opposta e ne è stata travolta impietosamente.

I bisogni delle persone non sono stati compresi. Nulla si è fatto per  appropriarsi e indirizzare le tecnologie che davano loro risposta. Si è combattuta invece una guerra ottusa lasciando ad altri questo spazio. Ora siamo arrivati a Spotify, Tidal. La stessa Apple prima di legarsi mani e piedi ad  itunes, cioè il download a pagamento ormai prossimo al tramonto, da pochi giorni ha lanciato il suo streaming a pagamento.

E noi? Noi musicisti con lo streaming purtroppo ci guadagnamo praticamente nulla. Le royalties  riconosciute da Spotify  a musicisti e produttori  sono prossime allo zero. Anche per grandi artisti è così, figuriamoci per gli altri. Apple addirittura minaccia  per i primi tre o sei mesi di non riconoscere royalties a nessuno. Parlerò in un’altra occasione della lettera aperta scritta da Taylor Swift alla Apple, perché è una iniziativa molto interessante. La situazione è che oggi la negoziazione tra queste piattaforme  e il mondo della produzione musicale è totalmente squilibrato. E’ difficile immaginare che possa essersi qualche  responsabilità in questo squilibrio da parte dell’establishment musicale? Oppure è solo opera dei cattivi? Oggi  ‘l’industria musicale’, grande e piccola, è seduta al tavolo di negoziazione nella stessa posizione di un mendicante che accetta qualsiasi condizione gli viene offerta pur di tirare avanti qualche giorno di più. Inoltre la ‘grande industria’ nel cercare di sopravvivere ed arraffare quel che poteva, negli ultimi quindici anni ha cannibalizzato la ‘piccola’. E le piccole case di produzione hanno cannibalizzato i musicisti. Anche di questo scriverò in un’altra occasione.

La musica può vivere se ha un pubblico. Il pubblico ha esigenze cui bisogna dare  risposte soddisfacenti. Non stiamo parlando di generi o di ‘valori’ musicali ma delle modalità attraverso le quali la musica può vivere. più o meno liberamente. Forse sono proprio i piccoli soggetti quelli che assieme al proprio pubblico possono trovare delle risposte.

Per tornare ai taxi di cui sopra: anche loro  hanno necessità di passeggeri (paganti) a bordo. Se girano a vuoto, la benzina prima o poi finisce. E allora sono guai. Le persone in ogni caso troveranno  un modo per aggirare gli ostacoli e arrivare dove vogliono. Non staranno certo ferme a una stazione aspettando qualcuno che non potrà mai più arrivare.

1 comment

  1. Ho letto attentamente l’articolo..L’accostamento musica e taxi mi pare azzeccato in quanto è vero, non vorrei mai un auto guidata dalla sola tecnologia ma da una figura fisica, dove s’instaura il dialogo con una persona. Così come nella musica: vero che con la tecnologia si hanno subito brani nuovi a portata di udito ma è anche vero che con la stessa velocità se ne vanno. Secondo il mio modesto parere, streaming, youtube e altro andrebbero usate con maggior attenzione..Anche il mercato ne perde, in quanto si fa prima ad ascoltare tramite questi strumenti che comprare il prodotto..Proprio in prossimità di queste feste, buona parte dei regali sono appunto di Cd ma si fa fatica a reperirli, anche nei Grandi Magazzini, dove lo spazio Musica è minimo e questo già avviene da almeno 3 anni..In definitiva, che sia per la Musica che per il taxi, bisogna lasciare fare questi grandi mestieri a chi li sa fare e le persone hanno un cuore e danno emozioni..quelle che voglio e che mi trasmette la Musica

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